L’inizio della mia passione fotografica (1 parte)

Bene,

eccomi di nuovo sul blog, per raccontare come è cominciata la mia passione per la fotografia.

Prima di arrivare al digitale
mi sono dedicato sin da ragazzo alla fotografia analogica, e come succede credo un pò con tutti gli hobby, avevo messo da parte negli ultimi tempi la mia passione iniziale, sia per le vicissitudini che fanno parte della vita di tutte le persone (acquisto della casa, trasferimenti, matrimono, figli da portare a scuola, ecc), sia perchè una serie di altri interessi come il computer (vi ricordate il Commodore VIC20, il 64, lo ZX Spectrum?, fanno parte di molte ore di sonno perse) e la musica (la mia stupenda Fender Stratocaster, il basso Fender Musicmaster, un pò di tastiere, ecc) mi avevano fatto accantonare la fotografia; d’altronde, purtroppo, le 24 ore di una giornata non bastano per saziare la mia voglia di imparare e conoscere cose nuove.

Devo dire che mio padre ha stimolato in maniera sensibile la mia passione fotografica.
Mi piaceva guardare le foto in BN da lui scattate sin dal tempo del suo matrimonio, a noi che eravamo piccoli, ai soliti incontri con i parenti, finchè gli ho chiesto di poter usare la sua Agfa Silette (tempi di 1/25, 1/50,1/200 e posa B, obbiettivo Afga Agnar 1:3,5, 45mm ), il suo esposimetro al selenio esterno, e sono andato a comprarmi un rullino in BN (credo di avere ancora il negativo conservato).
Avevo 14 anni, ed era il 1976 (ora sapete anche quanti anni ho).


L’uso dell’esposimetro esterno, con le sue chiare scale relative alla sensibilità e alle coppie tempo/diaframma, mi aiutò molto nelle fasi iniziali, e mi consentì di impararle con facilità .

Arrivato in prima superiore, all’Istituto Tecnico Industriale Giua di Cagliari, mentre raccoglievo i soldi per la mia prima fotocamera, ho portato a scuola l’Almanacco di Fotografare, con una sovracopertina per non farmi notare, ma venni tragicamente chiamato dal professore di disegno tecnico, l’ing. Palomba, che mi raggelò dicendomi “Tu, portami qua quel libro che hai sul banco”. Mi preparai ad un cazziatone, e glielo portai, ma fortunatamente era un appassionato di fotografia, oltre che regista, e mi parlò della sua reflex Konica.

Riuscii ad usare per un pò di tempo, al posto dell’Agfa Silette, una Canonet QL, una discreta macchina a telemetro di mio zio che finalmente aveva l’esposimetro incorporato, e allora nacque la mia passione per le Canon.

Un mio compagno di scuola mi disse che si sviluppava i rullini, e mi portò il giorno dopo la sua sviluppatrice. Dopo aver fatto alcune prove alla luce del giorno per capire la tecnica per caricare la pellicola nella spirale, scattai velocemente un rullino Ilford FP4, mi chiusi dentro l’armadio della mia camera, e sigillai con nastro isolante nero le fessure degli sportelli, per cercare di ottenere il buio più completo che potessi. Il caldo, ed il rischio di asfissia, erano abbastanza elevati, dato anche che, essendo la prima volta, non fu affatto facile riuscire a caricare la pellicola.
Una volta riuscito nell’intento, cominciai a sperimentare i vari sviluppi e fissaggi, provando D76-ID11, Rodinal, Agefix e vari altri.

Naturalmente mi comprai subito una sviluppatrice Paterson, ormai il morbo della fotografia si stava impossessando di me, gli esperimenti con altre pellicole, HP4, Pan-F ecc dovevano essere trasferiti su carta, e così cominciai a chiedere a mio padre di comprare un ingranditore, e dopo qualche tempo arrivò un bellissimo Philips con il suo obbiettivo Rodenstock da 50mm, che costava allora 70.000 lire, un paio di bacinelle e di bottiglie, e via a stampare in una camera oscura ricavata in un angolo di un magazzino.

Beh, ricordo ancora come mi tremavano le mani dall’emozione quando vidi apparire l’immagine sul primo foglio stampato in camera oscura.

Finalmente avevo messo da parte i soldi per la mia prima reflex, e fu così che acquistai, di importazione “parallela” una Canon AT-1, completamente manuale, con il suo 50mm 1.8.

Ricordo ancora anche l’odore che aveva quando la usavo le prime volte, appena tolta dalla scatola.

La rigiravo tra le mani, finalmente avevo una vera macchina fotografica, è proprio vero che quando attendi tanto di avere qualcosa che veramente desideri, provi qualcosa di speciale nel momento in cui la ottieni.
L’obbiettivo era intercambiabile, e questo significava …. altri soldi da spendere, che proprio non avevo.

Rientro dall’Abruzzo

Eccomi di ritorno,
anche se il mio turno è arrivato ora,
e ormai sono passati due mesi dal sisma,
non è stata certo una passeggiata.

Le verifiche sulla stabilità delle abitazioni, per valutare se renderle agibili, sono state abbastanza impegnative, praticamente per una settimana si è lavorato ogni giorno dalla mattina alla sera, e la stanchezza si è fatta sentire abbastanza. Riposare in tenda, con la pioggia scrosciante che ti sveglia più volte durante la notte, non aiuta a recuperare le energie, ma il pensiero di chi da due mesi sopporta ben più di questo, e non ha ancora idea di quando potrà tornare in una casa, è più che sufficiente a superare il lieve disagio.

Buona parte degli scatti che ho fatto riguardano le verifiche, le lesioni e i crolli, dato che mi serviva un promemoria che consentisse di avere una traccia delle abitazioni controllate e di ciò che avevo visto, ma durante i rientri serali siamo riusciti a vedere alcune delle zone più colpite, classificate come zone rosse, all’interno delle quali al momento possiamo entrare solo noi Vigili del Fuoco ed eventualmente qualche altra persona che viene con noi.

Sono stato a fare verifiche a Sulmona, a Monticchio e a Piànola, ed ho visto la zona rossa di quest’ultima, de L’Aquila , di Castelnuovo e di Onna, il piccolo centro che è stato quasi completamente distrutto.

E’ difficile catturare in una immagine ciò che si prova passando tra le macerie, tra i muri in procinto di crollare, tra le pareti sventrate tra le quali rimangono talvolta affacciati sul vuoto, un tavolo con le sue sedie, un televisore, un letto, un bagno e gli oggetti che quotidianamente fanno parte delle cose che ci circondano, e sembra di vedere ancora li’ le persone che poche ora prima del terremoto cenavano, parlavano e riempivano di vita quelle stanze.

Ma ciò che non è possibile riportare in una immagine è l’irreale silenzio che rende così strano aggirarsi nelle “zone rosse”. Tutto tace, non si sente nessuno dei piccoli o grandi rumori che ci circondano in ogni momento della giornata, è raro anche sentire qualche uccello. Ci si guarda intorno, circondati dalle macerie, pensando a quei lunghi secondi in cui la terra ha tremato, e a ciò che devono avere provato le persone che ci vivevano.

A parte il pensiero per coloro che non ce l’hanno fatta a mettersi in salvo, il pensiero andava ai bambini, e a tutti coloro che hanno ora comunque paura di tornare nelle proprie case, anche in quelle che non sono state danneggiate in modo grave.

Diverse persone mi hanno ringraziato, alcune sono rimaste stupite dal fatto che i colleghi che sono entrati nelle abitazioni per recuperare le loro cose, nel rischiare entrando in un edificio pericolante, si siano preoccupati anche di prendere i giocattoli dei loro figli.
Forse non hanno pensato a cosa si prova nel vedere un sorriso sul viso di un bambino costretto a vivere in una tenda, nel riavere i propri giochi, e al modo in cui, mentre parlavo con i genitori, guardavano ammirati la divisa e la macchina dei Vigili del Fuoco.

Una signora di circa 60 anni, che da sola ha portato sulle spalle fuori di casa il figlio portatore di handicap privo dell’uso delle gambe, e ora vive in una delle tendopoli, ora che ha la casa agibile, mi ha chiesto un consiglio su come fare a convincerlo a tornare a casa, dato che è spaventato all’idea di sentire di nuovo la casa tremare, e non è stato facile trovare una risposta ……..